L’America spiegata agli Italiani. In libri #5

In America con Oriana Fallaci III

Oriana Fallaci, Se il sole muore, Milano, Rizzoli, 1965.

Non mi dilungo. Erano gli anni della corsa alla luna. Si pensava di fondare la prima colonia su marte nel 1996 circa. In America tutto sembrava eterno, cibi che si conservano per decenni, materiali apparentemente indistruttibili, ma Fallaci nota come tutto risulta anche finto, il prato è così verde da sembrare di plastica, come già l’amico Pasolini nota i segni dell’omologazione.

Anche questo è un romanzo, o meglio un reportage che è anche diario ma che è narrato come e coinvolge come un romanzo. E fra il ritratto di un astronauta e l’altro, in mezzo alle descrizioni di ambienti e situazioni, si trova molta America.

Oriana Fallaci, Viaggio in America, Milano, RCS, 2014

Come dice l’editore nella sua nota d’apertura, nel 1965 Fallaci era una celebrità, tutti leggevano le sue interviste ai divi, i suoi libri sono già best seller. I sette peccati di Hollywood, 1958; Il sesso inutile, 1961; Penelope alla guerra, 1962; Gli antipatici, 1962. Fra il 1963 e il 1964 Fallaci svolge un’inchiesta sulla NASA, trascorre settimane con gli astronauti (i materiali in seguito rielaborati daranno vita a Se il sole muore, 1965), nel frattempo scrive per l’Europeo una serie di articoli sull’America, pubblicati tra il 1965 e il 1967. Viaggio in America è una raccolta di questi articoli, divisi in sezioni dall’editore, e pubblicata postuma nel 2014. Fallaci, si sa, ha uno stile graffiante, che non te le manda a dire. Descrive una New York cattiva, pericolosa, lontanissima dai luoghi comuni, dove si può morire per una corsa in taxi, dove lo sport più diffuso è entrare nell’appartamento di una donna e strangolarla senza ragione, dove anche le donne non sono da meno e spolpano puntualmente i mariti per i loro soldi. Le pistole per posta, le vecchiette con i cappellini, profumate di torta di mele, trionfo del bon ton anteguerra che d’improvviso lanciando improperi contro una foto di Kennedy. Lei parla del divorzio di Liz Taylor da Eddie Fisher dalla prospettiva di lui e della figlia a cui viene cambiato il cognome a ogni nuovo marito della madre e io immagino le facce delle signore italiane del 1965. Parla degli astronauti e mi viene in mente mia madre che racconta i commenti terrorizzati della mia bisnonna terrorizzata dal fatto che andassero nello spazio e “tirassero giù tutto”.

Non c’è molto da dire se non leggeteli, leggeteveli e basta, ricordandovi sempre dell’epoca in cui sono stati scritti.

L’America spiegata agli Italiani. In libri #4

In America con Oriana Fallaci II

Oriana Fallaci, Penelope alla guerra, Milano, Rizzoli, 1962.

E finalmente un romanzo. E un romanzo in cui l’America è co-protagonista. La storia è quella di Gio’, sceneggiatrice, spedita a New York per ideare un bellissimo film, ma molto è anche descrizione degli States. Al tempo in cui il libro è stato scritto l’America era l’apoteosi del nuovo, del moderno, tanto quanto l’Europa, e in particolare l’Italia lo erano dell’antico. Gli americani apparivano ricchi e quasi onnipotenti, convinti che “felicità voglia dire benessere”.

Gio’ parte “con la fiducia di chi debba trovarci un miracolo” e lo trova; ha fame di grattacieli e cemento, forse anche per l’impressione romantica lasciata dagli americani liberatori, in particolare Richard, di cui si innamorò ragazzina. A NY Gio’ trova Martine, la quintessenza della città, bellissima, appariscente, divorziata e “impegnata a spremere alimenti” all’ex marito che non è abituata a frequentare persone che lavorano. Una sorta di Carrie Bradshaw ante litteram. Il boss le spiega che lì contano solo i soldi, sono il nuovo Dio, le banche le sue cattedrali, gli impiegati di Wall Street i loro sacerdoti, che lì lei potrebbe fare fortuna.

Interessantissima la prospettiva di genere. NYC viene visitata come un mondo fatato in cui è possibile schizzare in alto mare con un ferryboat, poi con un taxi precipitarsi all’Empire State Building e volare “fino a grattare la pancia alle stelle”, poi di nuovo catapultarsi a Time Square in un “inferno di luci”, osservando il tutto con gli occhi sgranati di un bambino nel paese dei balocchi. Allo stesso tempo però è anche la città in cui i barboni vengono presi a calci mentre giacciono su un marciapiede, ubriachi, disperati e folli piangono ai margini della strada.

Insomma un bellissimo ritratto dell’America di qualche anno fa, intrecciata ad una trama di romanzo, lettura coinvolgente e piacevole, non troppo lunga, con molti spunti di riflessione (come è cambiata o non è cambiata la percezione degli States, come sono o non sono cambiate dinamiche sociali e di genere…).